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Mercoledi delle Ceneri
 
Dopo il martedi grasso, con il Mercoledi delle Ceneri, la Chiesa ci invita ad entrare nella Quaresima con un gesto antico di significato, quello dell’imposizione delle ceneri sul capo dei fedeli. La parola "ceneri" richiama in modo specifico la funzione liturgica che caratterizza il primo giorno di Quaresima, durante la quale il celebrante sparge un pizzico di cenere benedetta sul capo o sulla fronte dei fedeli per ricordare loro la caducità della vita terrena e per spronarli all'impegno penitenziale della Quaresima. Per questo il rito dell'imposizione delle ceneri prevede anche la pronuncia di una formula di ammonimento, scelta fra due possibilità: «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai» oppure «Convertiti e credi al Vangelo». La cenere, ricavata dalla combustione dei rami d’ulivo e di palma benedetti l’anno precedente nella Domenica delle Palme, dal punto di vista del loro significato cristiano, non sono un segno di annientamento: ma Dio veglia sul suo popolo con la pazienza e la misericordia di un Padre. Il rito dell’imposizione delle ceneri ci viene dai Paesi germanici e risale al IX e X secolo. E’ una rappresentazione dei testi liturgici al fine di spiegarli al popolo che non comprendevano più il latino. Oggi il rito può essere compreso tenendo fisso lo sguardo sulla Pasqua, giorno in cui la vittoria di Cristo sulla morte cancella ogni peccato. Ricevere le ceneri sul capo, equivale a riconoscere il male che è in noi, ad esprimere dispiacere, a manifestare il pentimento. Ed è infatti l’atteggiamento “penitenziale” che deve contraddistinguere il cammino cristiano verso la Pasqua. Questo non vuol dire adempiere solo ad una pratica devozionistica, cioè una cosa che facciamo tanto per fare, perchè sono un cristiano e “devo farlo”… Al contrario ci deve essere dentro di noi un deciso orientamento esistenziale, devo operare una “scelta fondamentale”, una scelta che viene dal cuore. Dio non ha bisogno delle nostre opere buone fatte per “dovere”, convertirsi significa trasformarsi interiormente solo allora la preghiera, la penitenza e la carità saranno frutti autentici.
 
Foto: mercoledi 17 febbraio 2010
 
Pia pratica della Via Crucis
 
La Via Crucis è sintesi di varie devozioni sorte fin dall’alto Medioevo: il pellegrinaggio in Terra Santa, durante il quale i fedeli visitano devotamente i luoghi della Passione del Signore; la devozione alle “cadute di Cristo” sotto il peso della croce; la devozione ai “cammini dolorosi di Cristo”, che consiste nell’incedere processionale da una chiesa all’altra in memoria dei percorsi compiuti da Cristo durante la sua Passione; la devozione alle “stazioni di Cristo”, cioè ai momenti in cui Gesù si ferma lungo il cammino verso il Calvario perché costretto dai carnefici, o perché stremato dalla fatica, o perché, mosso dall’amore, cerca di stabilire un dialogo con gli uomini e le donne che assistono alla sua Passione. Nella sua forma attuale, attestata già nella prima metà del secolo XVII, la Via Crucis, diffusa soprattutto da san Leonardo da Porto Maurizio († 1751), approvata dalla Sede Apostolica ed arricchita da indulgenze, consta di quattordici stazioni.
La Via Crucis è una via tracciata dallo Spirito Santo, fuoco divino che ardeva nel petto di Cristo e lo sospinse verso il Calvario; ed è una via amata dalla Chiesa, che ha conservato memoria viva delle parole e degli avvenimenti degli ultimi giorni del suo Sposo e Signore. Nel pio esercizio della Via Crucis confluiscono pure varie espressioni caratteristiche della spiritualità cristiana: la concezione della vita come cammino o pellegrinaggio; come passaggio, attraverso il mistero della Croce, dall’esilio terreno alla patria celeste; il desiderio di conformarsi profondamente alla Passione di Cristo; le esigenze della sequela Christi, per cui il discepolo deve camminare dietro il Maestro, portando quotidianamente la propria croce. Inoltre può essere conservato l’uso antico di collocare, in una croce di legno un drappo bianco, antico segno medioevale che richiama il Mistero Pasquale di morte e di risurrezione, generalmente usata per il pio esercizio della Via Crucis.  Inoltre può essere conservato l’uso antico di collocare, in una croce di legno con il drappo bianco, antico segno medioevale che richiama il Mistero Pasquale di morte e di risurrezione, generalmente usata per il pio esercizio della Via Crucis. Inoltre può essere conservato l’uso antico di collocare, in una croce di legno con il drappo bianco, antico segno medioevale che richiama il Mistero Pasquale di morte e di risurrezione, generalmente usata per il pio esercizio della Via Crucis. Inoltre può essere conservato l’uso antico di collocare, in una croce di legno con il drappo bianco, antico segno medioevale che richiama il Mistero Pasquale di morte e di risurrezione, generalmente usata per il pio esercizio della Via Crucis.
Ogni venerdi di Quaresima in Basilica alle 17.30 si svolge questa pia pratica.
 
Foto: venerdi 22 marzo 2013
 
V Domenica di Quaresima
 
Anche se la Quaresima non è il tempo di Passione né il tempo della Croce, nella quinta domenica si può conservare l’uso di velare le croci. Più che una mera manifestazione di lutto, l’uso predispone allo svelamento della croce e alla sua ostensione nella celebrazione della Passione il Venerdì Santo. È opportuno che questa consuetudine non alteri la nobiltà e l’ordine dello spazio liturgico, per aiutare l’assemblea a concentrarsi sul Mistero Pasquale.
 
 
 
 
 
 
Foto: domenica 17 marzo 2013
 
 
Solennità di San Giuseppe - 19 marzo
 
In Basilica, dal 12 al 18 marzo, ogni sera viene celebrata una Santa Messa in preparazione alla solennità di San Giuseppe. Il 19 marzo, il programma delle celebrazioni vede una Santa Messa al mattino presieduta dal Prevosto della Collegiata; al termine della funzione religiosa, un altro momento tradizionale, si svolge all’interno del sodalizio degli Unione Operai di piazza Roma con la benedizione e distribuzione del pane, essendo il Santo patrono degli artigiani. Infine intorno a mezzogiorno, nei locali dell’aula Capitolare della chiesa Madre, benedizione e distribuzione del riso col finocchio selvatico e la distribuzione ai devoti del Santo. Pane, legumi col finocchio selvatico ("risu ‘co finocchiu rizzu" o "maccu" di fave, entrambi conditi con l’olio d'oliva locale), baccalà ("u baccalaru"), "zeppole" (dolce tipico con farina e riso, con miele ed essenza di arancia). Sono questi alcuni dei piatti tipici della cucina siciliana che in passato, ma anche oggi, vengono preparati in occasione della festa di San Giuseppe. A Biancavilla la preparazione di queste pietanze, vengono preparate da chi, avendo chiesto una "grazia", le offre alle persone, un tempo ai poveri ed agli orfani; in realtà il più delle volte chi si avvicinava ad accettarle erano i parenti, e i vicini di casa, del quartiere in cui veniva allestita la distribuzione. Questa usanza, come testimoniano alcuni anziani, potrebbe essere riconducibile al transito di San Giuseppe; secondo la tradizione, infatti, in uso nella cultura siciliana di alcuni paesi, dopo la morte del proprio caro, i parenti e gli amici del defunto, vengono incontro alle necessità alimentari del proprio congiunto portando il cosiddetto "u cunsulu" (il conforto). In questo caso 'u cunsolu verso Maria, dopo la dipartita di San Giuseppe. Una testimonianza di "Coroncina del Patriarca San Giuseppe protettore della Pia Unione degli Agonizzanti di Biancavilla" datata 1900, fa presupporre la presenza di un associazione che nel corso degli anni è andata scomparendo, insieme ad alcune tradizioni. Una famiglia medio borghese, ad esempio, per grazia ricevuta ospitava a casa 12 fanciulle povere e orfanelle, offrendo loro un pranzo, il così detto pranzo de "i virgineddi". Altro esempio, "il bastone di San Giuseppe", la casalinga che faceva il pane a casa infornandolo dentro il forno a pietra, se nella famiglia aveva un fanciullo, impastava una forma di bastone, con gli avanzi del pane impasta, che veniva donato a colui o colei che per prima si recava a casa della signora a fare visita. Anche i matrimoni, dall’Ottocento fino ai primi anni del secondo dopoguerra, venivano celebrati presso l'altare della Sacra Famiglia, all'interno della Matrice, additata come esempio di vita cristiana ai novelli sposi. Al termine del Sacro Rito, la coppia rendeva omaggio all'altare della Madonna dell'Elemosina, protettrice della città, situato accanto a quello della Sacra Famiglia. Con una Santa Messa Vespertina si conclude la solennità di San Giuseppe, il Patrono della Chiesa Universale proclamato dal Beato Pio IX l’8 dicembre del 1870.
 
Foto: venerdi 19 marzo 2010
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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